E non ce n’è mai stata un’altra.

Sin dall’inizio, più inconsciamente che consciamente, di certo istintivamente, il primo gesto dell’uomo è stato quello di PREDARE L’ALTRO. Fondamentalmente, nonostante i millenni trascorsi, non è ancora cambiato nulla: nella forma sì, il contenuto è rimasto tale e quale: si continua a PREDARE L’ALTRO. Anzi, con la crescente progressiva presa di coscienza delle vittime e la conscia brutalità del fare dei predatori, il fenomeno è peggiorato tantissimo. È brutto, molto brutto trovarsi di fronte al nemico armato fino ai denti, INERME.

È ora di aprire gli occhi, Rossi, è ora di guardare in faccia la realtà, è ora di smetterla di aver paura, è ora di confrontarsi col fare spietato e calcolatore del drago al potere, lo Stato predatore. Il suo ruolo, e non ne ha un altro, è di creare disastri, perché solo così la sua esistenza è garantita. Di questo passo, però, non li creerà ancora per molto: sta distruggendo il mondo quindi anche se stesso, grazie alla sua stoltezza e mostruosa voracità.

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Questa non è altro che un sistema astuto e allucinante che spinge il popolo ad andare a votare e chiunque voti, vota il suo oppressore. E quello che è ancora più cinico e diabolico è che il popolo non si accorge neppure che votando il suo candidato preferito, vota in realtà il suo tiranno e, in ultimo, il suo boia. Detto diversamente, gli sta dando carte blanche, gli sta dicendo: “Io, popolo, col mio voto ti do l’autorizzazione di annientarmi come meglio credi.”

Grillo è finito, morto e sepolto. Dopo il fallito accordo con Bersani, si sapeva già, si sapeva come sarebbe finito il buffone di Genova. Infatti è stato così. Gli italiani, nonostante tutti i loro pregi e difetti, hanno capito perfettamente con chi avevano a che fare: con un clown.

La cosa che più dispiace in questa triste faccenda è che ha deluso miseramente molte persone ( i votanti ), persone che erano disgustate dalla politica ufficiale e avevano investito in lui in una nuova speranza. Ne sono rimaste mortalmente scottate, disappointed. E non solo. Ha distrutto anche tutti quei grillini che credevano nel movimento 5 stelle dove volevano investire le loro idee, i loro ideali e le loro buone intenzioni.

Cos’altro dire? Solo questo: l’ignoranza non paga, mai!

Quando dissi questo la prima volta a Camille, mi guardò male, stupita, pensava che la stessi prendendo in giro. No, no, mi affrettai a dirle, non ti sto prendendo in giro, non sto neppure scherzando, affatto, sto solo cercando di ragionare con la testa dei maschi, les mâles. Quando questi vedono un culo come il tuo ( e lei aveva uno dei più bei culi al mondo, secondo il mio modesto parere ), non ragionano più in termini razionali, umani, ma in termini biologici, bestiali. Quindi, tutto quello che ti dicono, te lo dicono con lo scopo di possedere il tuo culo. Anche tu l’hai fatto?, chiese. E perché dovrei essere l’eccezione?, risposi. Tacque. Rimase curiosa, riflessiva. Ecco, continuai, come funziona la logica dei maschi in questo campo. Camille a questo punto cambiò espressione, fece una smorfia, si guardò il suo stupendo bottom come se lo vedesse per la prima volta (eravamo tutt’e due nudi di fronte allo specchio), poi alzò gli occhi verso di me, mi fissò, guardò guardò guardò, e poi esplose in una grande fantastica magica indimenticabile risata. La sento ancora, la vedo ancora, me la godo ancora quella risata di Camille, sì me la godo ancora nonostante siano trascorsi tanti anni.

 

 

Né a casa né a scuola qualcuno gli aveva mai detto che l’uccisione, la guerra, la ferocia, l’ingiustizia, l’assurdo facevano parte del nostro modo di vivere tanto quanto leccarsi un gelato in un caldo giorno d’estate. Enrico, fino ad una certa età, aveva conosciuto solo la realtà del gelato, non quella della barbarie umana, questa era venuta poi. Ora, però, scoperta la ferocia che gli esseri umani si portavano dentro, si era scoperto un altro, uno che aveva paura.

Incominciò a farsi una cattiva idea degli adulti. I suoi stessi genitori non erano un modello da imitare: sempre arrabbiati l’un con l’altro, sempre isterici, sempre con un mucchio di lavoro da fare per la compagnia per cui lavoravano, tanto da essere costretti a portarselo persino nella stanza da letto. Si muovevano per la casa con i nervi a fior di pelle. Enrico non poteva fare nulla quando erano in casa: né giocare né ascoltare musica e neppure piangere, unicamente starsene calmo a fare i compiti in camera sua.

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Era ormai da alcuni anni che Enrico faceva delle strane cose: si caricava di oggetti pesanti e s’infilava come una talpa in vani angusti e stretti. Quand’era in questi buchi avanzava piano e con sforzi e si fermava solo quando sentiva la pressione che proveniva dal suolo e dalla volta rompergli le ossa. A casa il suo posto preferito era il solaio. Qui s’incastrava tra il pavimento e una trave e restava lì per ore. Anche la tavola in cucina gli andava bene quando i genitori non erano in casa. Era una tavola pesante, di quercia. Enrico si piazzava sotto al centro e cercava di sollevarla con le spalle. Solo quando sentiva il peso gravargli fortemente addosso, smetteva di sollevarla e se ne stava là fin quando riusciva a sopportare il peso, fin quando, a volte, uno dei genitori non ritornava a casa dal lavoro. Questi non trovava nulla da dire al figlio vedendolo lì sotto, pensava che stesse giocando, facendo qualche strano esercizio fisico. Si limitava a dire: “Continua ad allenarti, Enrico!”

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Oltre a quanto abbiamo detto fin qui, Rossi, “Fides et ratio” è anche un continuo boomerang: io faccio l’elogio a te e tu poi fai l’elogio a me. Detto diversamente, Karol Wojtyla non fa che citare nel suo libro i padri della Chiesa. La sua rimane una cosa tra preti. Funziona così, Rossi: “…il mio venerato Predecessore Pio XII …” (Pio XII era l’amico intimo di Hitler, di Mussolini, di Franco), e non poteva mancare, “ … san Tommaso, l’Angelico Dottore …” e “…in coerente continuità con quella grande tradizione che, iniziando con gli antichi, passa per i Padri della Chiesa e i maestri della scolastica …” (scolastica vuol dire parlare e imparare solo dal passato, quindi fermare il pensiero, bloccarlo, ucciderlo), poi bisogna dire qualche parola su “Il grande Pontefice (papa Leone XIII) (che) riprese e sviluppò l’insegnamento del concilio Vaticano I …”, non dimentichiamo “Quanto i miei Venerati predecessori …” Non poteva mancare “Il grande Dottore occidentale, il Vescovo di Ippona, sant’Agostino …” E poi san Paolo, e poi sant’Anselmo e poi e poi e poi.

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Comunque, mentre uno continua con la lettura di “Fides et ratio”, spesso si sente oppresso da una sensazione di vuoto: parole, parole, parole, solo belle vuote parole e, mentre ha l’impressione di precipitare, di perdersi in questo mare di parole vuote, di nonsense, di volgarità mentale, gli viene meno il respiro, gli viene voglia di scaraventare nel cesso il “coso” che tiene in mano, ma non lo fa, non lo fa! Continua a leggere a forza di volontà. È ovvio, che così facendo, uno fa violenza su se stesso. Lo sa, però lo fa lo stesso. Solo la volontà ha la forza di spingerti a fare un tale sacrificio, perché sai in anticipo quello che il papa dice, ha detto e dirà. Ma, allora, perché continuare a leggere? E la risposta è: per rinforzare e riconfermare a te stesso che nulla è cambiato nella Chiesa, che l’Indifferenza divina non si contraddice mai, che continuerà a parlare, parlare, parlare, che dirà sempre le stesse identiche parole, cioè parole vuote e prive di senso. Tutta “Fides et ratio” ovvero Lettera enciclica circa i rapporti tra fede e ragione, di papa Karol Wojtyla, al nocciolo, è un monologo: Giovanni Paolo II emette gorgoglii con Giovanni Paolo II, non con gli uomini, le donne, gli esseri umani. Questi, ahimé, rimangono soli, come lo sono sempre stati, soli coi loro affanni, problemi, paure.

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Per quello che concerne, invece, la filosofia moderna, non per come la intende il vescovo di Roma, Papa Wojtyla, ma per come la intendono i filosofi-filosofi, ecco cosa scrive Georges Minois ne “La Storia dell’ateismo” citando Merleau-Ponty: “È sorprendente che oggi non si affrontino più le prove dell’esistenza di Dio, come facevano san Tommaso, sant’Anselmo o Descartes. Le prove restano solitamente sottintese e ci si limita a rifiutare la negazione di Dio o cercando nelle filosofie nuove qualche pertugio attraverso il quale possa ricomparire il concetto comunque presupposto di Essere necessario, o al contrario, se il concetto è messo in discussione da queste filosofie, etichettandole su due piedi come ateismo…”, Storia dell’ateismo, p. 561.

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Voglio proporti ora, Rossi, due brani presi dal libro di Georges Minois, “Storia dell’ateismo”, che parlano, appunto, delle famosissime tesi del Dottore Angelico, san Tommaso, il più grande scopiazzatore di idee altrui del Medioevo, a cui tanto s’ispira il papa re, Giovanni Paolo II. Scrive Minois ne “La Storia dall’ateismo”: “Nel XIII secolo la ricerca delle prove dell’esistenza di Dio assume una diversa direzione, fortemente ispirata dal pensiero di Aristotele: quella del procedimento della regressio ad infinitum, ossia la ricerca della causa prima. San Tommaso d’Aquino ne ha dato l’esempio più sistematico nella Summa theologica, con le cinque vie di accesso a Dio. La prima riguarda la necessità di un motore primo, capace di spiegare l’esistenza del moto. La seconda pone la necessità di una causa prima, poiché è impossibile prolungare all’infinito la catena delle cause e degli effetti. La terza si basa sull’affermazione di un essere necessario, che ha in se stesso il proprio principio di esistenza, e da cui tutti gli altri esseri contingenti traggono l’origine del proprio esistere. La quarta, che evoca quella ontologica di sant’Anselmo, postula l’esistenza di un essere dotato di perfezione assoluta, sintesi di ogni perfezione. La quinta, movendo dalla constatazione della finalità esistente nel mondo, conclude in favore dell’esistenza di una superiore intelligenza trascendente”, p. 83.

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“Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo”, p. 56, scrive il papa polacco citando Paolo di Tarso. Quindi la “filosofia, gli elementi del mondo e la tradizione umana,” erano e sono inganni. Ma dimmi tu, Rossi, dimmi tu cosa resta se togliamo la “filosofia, la tradizione umana e gli elementi del mondo?” Non resta niente: né san Paolo di Tarso né san Wojtyla del Vaticano né san Dio del cielo. Non è così, però, per l’autore di “Fides et ratio”.

“I filosofi per primi, d’altronde, comprendono l’esigenza dell’autocritica, della correzione di eventuali errori e la necessità di oltrepassare i limiti troppo ristretti in cui la loro riflessione è concepita. Si deve considerare, in modo particolare, che una è la verità, benché le sue espressioni portino l’impronta della storia e, per di più, siano opera di una ragione umana ferita e indebolita dal peccato. Da ciò risulta che nessuna forma storica della filosofia può legittimamente pretendere di abbracciare la totalità della verità, né di essere la spiegazione piena dell’essere umano, del mondo e del rapporto dell’uomo con Dio”, p. 77.

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Orazio Guglielmini parla a Rossi del libro di papa Giovanni Paolo II, “Fides et ratio”, fede e ragione.

 Vedi, Rossi, quando parli di formiche, esistono e le posso vedere; quando parli di alberi, esistono e li posso vedere; quando parli di corpi celesti, esistono e li posso vedere; quando parli di esseri umani, esistono e li posso vedere; ma quando parli questo tipo di linguaggio: “È necessaria una filosofia di portata autenticamente metafisica, capace di trascendere i dati empirici per giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di fondante. È un’esigenza, questa, implicita sia nella conoscenza a carattere sapienziale che in quella a carattere analitico; in particolare, è un’esigenza propria della conoscenza del bene morale, il cui fondamento ultimo è il Bene sommo, Dio stesso. Non intendo qui parlare della metafisica come di una scuola specifica o di una particolare corrente storica. Desidero solo affermare che la realtà e la verità trascendono il fattuale e l’empirico, e voglio rivendicare la capacità che l’uomo possiede di conoscere questa dimensione trascendente e metafisica in modo vero e certo, benché imperfetto e analogico”, ebbene, Rossi, quando tu parli questo tipo di linguaggio, io non vedo proprio nulla, non so più di cosa tu stia parlando.

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Paolo il muratore aveva ascoltato con interesse la lunga tirata dell’Onorevole. Si era morso più volte le labbra mentre lui parlava e continuava a trovare difficoltà a credere a quello che sentiva. Si era illuso, quindi, se quello che diceva l’Onorevole era vero, di vivere in un paese democratico, giusto, dove tutti i cittadini erano uguali. Invece non era così, e non poteva essere così se quel tipo poteva prendersi la pensione solo dopo alcuni anni di bel far niente!

“Auf jeden Fall”, attaccò di nuovo l’uomo dalla faccia butterata quando l’Onorevole aveva smesso di parlare, “lasciando da parte tutto quello che hai detto, a te sembra giusto che lo Stato, un’istituzione che tu per di più detesti, ti debba pagare una pensione molto elevata per il resto della tua vita senza che tu gli renda più servizio?”

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Gli operai che lavoravano alla costruzione della villa dell’Onorevole, si dimenavano più del solito a causa della presenza dei signori. Non si sapeva mai, avrebbero potuto riferirlo al loro padrone se non si fossero dati da fare. Paolo, però, aveva iniziato a far finta di lavorare, ma in verità non faceva che ascoltare con attenzione quello che dicevano i nuovi arrivati. L’incuriosiva molto. L’Onorevole si era seduto su dei mattoni accastellati, si era sbottonato il cappotto di cashmere e lasciava, con un evidente senso di piacere fisico, che i raggi del sole lo riscaldassero. Gli altri tre avevano fatto capannello intorno a lui.

Una delle donne, ad un certo punto, tirò fuori un’insolita storia. Era molto avvenente, indossava una magnifica pelliccia e di tanto in tanto faceva muovere il suo corpo all’interno con grazia e soddisfazione.

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È mai possibile che nessun milanese, vedendo l’assassino africano colpire e colpire con il suo piccone ammazza tutti, non sia intervenuto per disarmare il killer? E perché poi nessuno ha avvertito prontamente le forze dell’ordine? E ancora, perché qualcuno non ha chiamato altri passanti e non ha cercato insieme d’immobilizzarlo? In che paese viviamo? Un paese di vigliacchi, un paese di cacasotto, un paese terrorizzato dalla sua stessa ombra? Vergogna!

Come conseguenza di questi crimini efferati e assurdi il ministro Alfano vorrebbe inviare agenti, soldati e poliziotti a tamburo battente a Milano per mantenere l’ordine e la sicurezza pubblica. Facendo così, in realtà, il signor ministro non fa altro che alimentare ancora di più l’odio, la violenza e i crimini razziali.

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Paolo era un muratore. Durante la bella stagione costruiva in montagna ville per i signori. Stava per andare in pensione. Tutta la sua vita era stata percorsa da questo desiderio: smettere di lavorare e prendersi la così meritata pensione. Le belle stagioni, lo sbocciare dei fiori, il canto degli uccelli, il mormorio dei ruscelli in primavera, tutto, tutto sarebbe diventato incantevole, ma solo e solo a partire dal giorno in cui avrebbe preso la sua bella pensione. Pensione, pensione, pensione: il sogno d’una vita! A ognuno il suo. C’è gente che sogna di scalare l’Everest, altra di viaggiare in paesi esotici e altra ancora di diventare ricca. Il sogno di Paolo il muratore era quello di andare in pensione.

Vittorio era l’aiutante di Paolo. Per lui c’era ancora tempo prima di prendere la pensione. Vittorio, al contrario di Paolo, non ci pensava neppure alla pensione. Anzi, vedeva quest’evento in maniera disastrosa. A sessantacinque anni uno non può più godersi la vita, uno è già vecchio, pieno di acciacchi e bello e pronto per il buco! Per Vittorio la pensione vuol dire la fine. Si diventa un peso per tutti: per la famiglia, per la società, per se stessi. Ecco cos’è la vecchiaia: una vera catastrofe. “No, grazie, io non voglio pensare alla pensione, all’impotenza, allo sgretolamento, alla morte!” diceva Vittorio a Paolo quando questi parlava della pensione.

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In questo mondo, e altri non ce ne sono, i ricchi s’abbracciano e i poveri s’ammazzano, oppure i poveri s’ammazzano e i ricchi s’abbracciano, o ancora, gli schiavi lavorano e i padroni se la godono. Insomma, girala come vuoi, la cosa è sempre la stessa: i poveri sgobbano e si prendono a botte e i ricchi si amano e si fanno le coccole, il vecchio adagio, in questo caso, non fa una piega.

Ma perché, poi, i poveri, invece di solidarizzare fra di loro, invece di sostenersi e rispettarsi a vicenda, perché sono nella stessa infima situazione sociale, nello stesso inferno, perché, invece, si danno le botte? Perché, al posto d’organizzarsi e cercare di rimediare il danno, s’ammazzano l’un l’altro? E da ultimo, perché, invece di piangersi addosso tutto il tempo, non trasformare il loro pianto in un urlo di battaglia?

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Le risposte al post “La donna e la chiesa” sono state tantissime, risposte sentite, pesate, umane, tutte meritevoli di attenzione e di rispetto. È un’esperienza vera e propria scoprire che nonostante la varietà delle vedute e degli stili, delle armonie e disarmonie, alla fin fine ci incontriamo tutti in cose che ci riguardano da vicino e ci immergono nel complesso e profondo tessuto della vita. Thank you.


Forse qualcuna, qualcuno, se lo desidera, potrà rispondermi.

Mi sono sempre chiesto, e non in modo superficiale, come può una donna, se non per una totale ignoranza storica e intellettuale, credere, farsi suora, studiare teologia, insegnare il catechismo, andare in chiesa, pregare ecc., dato che la chiesa, sin dai suoi primi passi (Eva è l’autrice del peccato originale, in altre parole, l’umanità è peccatrice grazie alla donna) l’ha sempre sottostimata, ripudiata, discriminata, umiliata?

Ecco qualcosa che mi sfugge, che non riesco a capire.

Ecco una cosa che non ho mai capito: perché dovrei io avere rispetto per uno come te? Le combini di tutti i colori, raramente ne azzecchi una, avveleni tutto ciò che tocchi, distruggi la mia vita e la vita dei miei figli, e io dovrei avere ancora rispetto per uno come te? E dove sta scritto?

Possiedi tutto, ti appropri di tutto, decidi su tutto, sulla guerra e sulla pace e sei conosciuto in tutto il mondo per essere politically incorrect. Infatti, come potresti essere corretto quando qualunque cosa tu faccia, hai sempre ragione e qualunque cosa io faccia, ho sempre torto?

Stabilisci il lavoro che io devo fare, quanto devo guadagnare e cosa devo mangiare, e poi chiami tutto questo un giusto patto sociale, ma non ti vergogni?

I know, I know fino alla nausea. Hai un’alta opinione di te stesso. Ti credi furbo, ti credi intelligente, ti credi superiore ai tuoi simili, ma in realtà tu sei solo uno stronzo, un piccolo balordo di provincia che si crede il re della terra. L’hai proprio costruita a tua immagine e somiglianza, la società. Non potevi fare meglio. Proprio un capolavoro di ingiustizia e bestialità. Chapeau!

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“Dopo il mio passaggio, l’Italia non era più la stessa nazione: la sottana, che era l’abito di moda per i giovani, fu sostituita dall’uniforme: invece di passare la loro vita ai piedi delle donne, frequentavano i maneggi, le sale d’armi, i campi militari; i bambini stessi iniziarono a giocare sul selciato con interi reggimenti di soldatini di stagno; indubbiamente dopo averlo sentito raccontare in casa tra le mura domestiche dai loro padri, imitavano i fatti di guerra e le mie battaglie. E quelli che cadevano non erano più gli italiani, ma gli austriaci. Prima, nelle commedie e negli spettacoli di piazza, veniva sempre messo in scena qualche italiano vile, anche se spiritoso, e di contro a lui un tipo di grosso soldato straniero, forte, coraggioso e brutale, che finiva sempre col bastonare l’italiano, fra le risa e gli applausi degli spettatori. Anche se non c’era proprio niente da ridere, ma semmai da piangere. Orbene: il popolo italiano non tollerò più allusioni di questo genere; gli autori dovettero cambiare copione. Iniziarono a inserire italiani valorosi, che mettevano in fuga lo straniero, vi sostenevano il proprio onore e il proprio diritto. Vi sembra poca cosa tutto questo? No! La coscienza nazionale si era formata. E l’Italia ebbe per la prima volta i suoi canti guerreschi e gli inni patriottici,” Napoleone Bonaparte, “Memoriale di Sant’Elena,” maggio 1816.

Una domanda retorica: “Senza la Rivoluzione francese e senza Napoleone Bonaparte, il Risorgimento sarebbe mai avvenuto?

Vedere  Il Paese delle meraviglie

Cosa dire ora, Rossi, dei tenerissimi adolescenti che ammazzano i loro genitori, i loro compagni (e non parliamo degli adulti!), che si drogano, che diventano sempre più insensibili, più violenti, più disorientati, cosa dire di loro? Sono veramente loro i veri responsabili o è la società in cui nascono e crescono a renderli così?

Alle tavole rotonde, Rossi, questo nuovo oppio televisivo dilagante, tutti i lacché dello Stato predatore sono presenti, sempre gli stessi, più o meno, e guarda a che punto siamo arrivati: partecipano a queste tavole rotonde anche coloro che sono stati chiamati più volte in tribunale e sono stati addirittura condannati per omicidio! Anche loro lì, a parlare insieme agli altri di questo nuovo fenomeno sociale: i ragazzi assassini.

Questi signori che partecipano alle tavole rotonde, tutto dicono, eccetto quello che dovrebbero dire, e cioè che i veri criminali non sono i ragazzi che uccidono, ma che i veri criminali sono loro, proprio loro che sono stati chiamati lì a giudicarli! Ma questo, i lacché statali, non lo diranno mai: come potrebbero sputare sul piatto dove mangiano!?

Ecco, Rossi, il capovolgimento della realtà sociale: i criminali che giudicano gli innocenti!

 Vedere Lo  Stato predatore

Si raccontava in quei tempi, al tempo dei Mubatta, d’un paese abitato da un popolo acchiappa Schidiburì (una razza di fantasmi invisibili), e da qui il suo nome “il popolo Shidiburì”; si raccontava, dunque, che la classe dominante, stufa marcia di governarlo, stufa marcia di fregarlo, di bastonarlo, di ingiuriarlo, di sputargli in faccia, di farlo scoppiare di lavoro, insomma stufa marcia di averlo come suddito, aveva deciso, prima di filarsela sconfitta da tanta pecorinità, di mettere alla testa del governo un asino, un asino asino, una bestia a quattro zampe.

Ebbene, non ci crederesti lettore, ma la storia è la storia, ebbene, il popolo acchiappa Schidiburì, si era messo, un istante dopo che l’asino era stato eletto, al suo servizio. Si racconta che seguiva i suoi ordini (le ragliate dell’asino sul cadreghino) alla lettera e lo rispettava e festeggiava né più né meno come rispettava e festeggiava gli Schidiburì.

Gli altri popoli della terra di allora, non riuscivano a credere, erano rimasti stupiti del comportamento di questo popolo, stupiti di fronte a questo fenomeno homo. Tutto si sarebbe pensato di questa specie, ma non che si sarebbe messa a servire, onorare e a celebrare gli asini!

Come si dice, non tutto il male a volte viene per nuocere. Tra tutte le storie del mondo di quei tempi, mio caro lettore, almeno quella del popolo Schidiburì, e che Bogududù sia lodato, ci è rimasta!

 

Strano, molto strano, ma non ho mai letto un articolo, uno scritto che avesse attaccato direttamente o indirettamente le industrie capitalistiche della carta stampata. È un fatto questo che dovrebbe creare qualche preoccupazione. C’è, però, una ragione, una ragione molto evidente e anche molto deludente. Se uno scrittore scrivesse qualcosa contro l’editoria, chi poi lo pubblicherebbe? Nessuno! Le case editrici in generale e la casa editrice in cui lui sta già, eventualmente, pubblicando i suoi libri, oppure quella dove si indirizzerebbe, una volta denunciata l’editoria come organizzazione capitalistica e sfruttatrice, troverebbe difficoltà a farsi editare. In altre parole, non si può chiedere ad un editore di pubblicare la propria opera e contemporaneamente accusarlo di sfruttamento. È un controsenso. Ecco la gabbia e il bavaglio dello scrittore nei confronti dell’editoria.

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Ti ho dimostrato fin qui, Rossi, step by step, che non puoi, anche volendolo, essere né illuminato né dannato, cioè né credente né ateo però, se vuoi, puoi diventare un asino, non uno di quelli comuni, questo lo sei già abbiamo detto, ma un asino professionale con la patente. Per avere questa, però, devi studiare all’Università degli asini che si trova, of course, a Fognamagna.

Il Paese delle meraviglie alleva asini, li istruisce, li piazza sul mercato, sul lavoro, dappertutto. Se il Paese è progredito fino all’età della pietra, lo si deve a lui. E comunque il risultato è questo: a causa del suo geniale impegno asinesco è il primo Paese al mondo in materia asinesca. Un suo privilegio.

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Credetemi, vi vedo tutti, mi siete diventati trasparenti, nessuno sfugge al mio occhio attento; infatti lo so, lo so, lo so fino alla nausea che voi tutti, fratelli di sorte ma non di vita, voi tutti siete stati cresciuti per esseri comprensivi, diligenti, obbedienti, tolleranti, coscienziosi; vi hanno insegnato persino come piegare bene gli abiti quando ve li togliete prima di andare a letto, e sicuramente non si sono dimenticati di dirvi che dovete lavorare, lavorare duro e pagare le tasse fino all’ultimo centesimo, che dovete servire il vostro paese prima della vostra famiglia e se necessario dovete farvela mettere nel culo senza lamentarvi; amorevoli dovete essere, sempre amorevoli, amorevoli verso i vostri signori; l’undicesimo comandamento lo esige: dovete porgere l’altra guancia quando il tiranno vi calpesta, quando il boia vi sputa in faccia prima di staccarvi la testa; è così, non gli è sfuggito nulla, vi hanno insegnato proprio tutto tutto tutto!, dovete accettare sempre tutto tutto tutto!, miseria umiliazione, anonimato, tutto tutto tutto!, vergogna, ignominia, prostituzione, tutto tutto tutto!, gli assassini legalizzati che vi governano poi dovete onorarli dal primo all’ultimo e senza un perché, tutto tutto tutto!, anche la morte e nel modo più indegno e spregevole dovete accettare, tutto tutto tutto!, e guai a voi se vi ribellate, se muovete un solo dito, tutto tutto tutto!, qualsiasi cosa dovete accettare, perché è questo, proprio questo quello che vi hanno insegnato a scuola, in chiesa e dappertutto; sì lo so, lo so, lo so e lo so fino alla nausea chi è stato, chi vi ha messo tutto questo tesoro in testa, sono stati “loro”, ma certo, proprio “loro”, quelli che hanno creato tutto a “loro” immagine e somiglianza; sì, lo so, lo so, lo so, so tutto questo e molto molto di più, non avete scampo, ormai il gioco è fatto, i ruoli sono stati distribuiti; sì, sono “loro”, proprio “loro”, quelli che scolpiscono le vostre vite secondo la “loro” natura e i “loro” intestini, quella stupenda parte bassa del “loro” corpo; “loro”, proprio “loro” gli autori di questo fantastico mondo in cui viviamo; sì, “loro”, coloro che vi dicono che dovete sacrificarvi per “loro”, perché voi, voi, voi!, in realtà, non valete nulla, nulla di nulla, e “loro” tutto!

Oggi, 20 aprile 2013, è un giorno di lutto per tutti i cittadini del Paese delle meraviglie.

Rieleggere un presidente, lascerebbe intendere che si tratti d’una elezione democratica. Non è così, non in questo caso. Si è rieletto un vecchio ottuagenario, non dal popolo, questo, per quanto stolto, per quanto nella storia di questo Paese sia stato sempre e continui ad essere meno di meno che zero, sicuramente non l’avrebbe mai e poi mai rieletto, ma è stato rieletto dai politici che avevano tutto l’interesse a rieleggerlo.

Tomasi di Lampedusa ha sigillato una volta per tutte il tragico destino del Paese delle meraviglie quando ha messo in bocca a Tancredi, nel suo romanzo “Il Gattopardo” queste parole: “Le cose cambiano per restare le stesse.”

Ecco cosa sintetizza, in modo irriducibile e drammatico, la realtà storica italiana da quando si è manifestata fino ad oggi.

L’autore di questo scritto si scusa coi lettori se ci sono degli errori, ma non appena gli è stata comunicata la notizia dell’elezione del nuovo presidente, alle ore 21. 05, per sopravvivere allo shock ha dovuto scolarsi una bottiglia di alcool e, dato che non è abituato a bere, ha subito vomitato tutto, ma nonostante le condizioni in cui si trovava, ha voluto ugualmente scrivere questo post.

 

 

Ahi ahi ahi

serva Italia,

di dolore ostello,

nave senza nocchiere in gran

tempesta, non donna di

provincia, ma bordello!”

 

Il vecchio e stravecchio Dante aveva ragione e ha ancora ragione. Qual è la tua opinione, lettore?

Non c’è una razza biologica tra i bipedi, Rossi, ma ci sono diversità culturali. Queste esistono. La nostra è quella asinina. Abbiamo un’identità che ci è ormai riconosciuta da secoli in tutto il creato. Siamo il Paese dove l’asinità è di moda, di casa, un patrimonio storico, genetico possiamo ormai dire. Anche tu sei un asino, Rossi, non credere. Lo sei eccome! Non puoi essere immune da questa nostra asinità culturale: è contagiosa. Di più. La s’insegna persino nelle scuole! Perciò è inutile che t’incavoli con me, se ti do dell’asino. L’asinità è una nostra realtà, un fatto, un’incontestabile evidenza. Tutto il mondo, dicevo, lo sa. Qui da noi non esistono quelli che guardano verso la luce né quelli che guardano verso le tenebre, esistono asini e basta.

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Esiste anche questa, amico Rossi, l’Università degli asini a 2 zampe (e vogliano gli asini a quattro zampe perdonarci se prendiamo la loro specie come esempio, ma noi qui stiamo parlando di asini, non a 4 zampe, ma di asini a 2 zampe). Si trova a Fognamagna, la capitale del Paese delle meraviglie. Rilascia, questa illustre istituzione, a tutti e senza distinzione di ceto e di provenienza, una laurea divina-asinina. È una laurea a tutti gli effetti e riconosciutissima in tutti i paesi bogududiani. Il titolo più alto nella professione asinesca, è quello del Grande Santone, il vice di Bogududù, l’Asino degli asini, colui che siede sul trono della gerarchia asinesca, appunto, il Grande Santone. Costui vive a Fognamagna. Fognamagna è la città più dotata e preparata per l’istruzione degli asini a due zampe.

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La sensibilità estetica? Ci vuole anche questa per vivere una vita bella. Importantissima Rossi. È uno strumento meraviglioso per avvicinarsi all’arte di vivere. È la sensibilità estetica che ti fa apprezzare l’istante, godere delle cose che ti circondano e che ti rendono umano.

Immagina, Rossi, immagina di essere sdraiato sulla cima di una collina in un caldo pomeriggio d’estate. Attorno a te ci sono i segni della terra: le rocce, un fiume, un lago in lontananza, una casa; nubi, stelle e pianeti sopra la tua testa, l’erba sotto di te, la brezza che ti sfiora la pelle; gli insetti che ronzano, gli uccelli che sfrecciano nel cielo e tu stesso, lì, insieme al resto: tutto, tutto questo e molto altro fa parte del grande tessuto degli organismi viventi del pianeta Terra. Dal filo d’erba alla giraffa, ogni cosa, in questo immenso affresco vivente, è connessa ad ogni altra cosa, perché tutto è nato da un comune progenitore: il batterio primordiale.

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Io mi identifico, se proprio devo farlo, con il passeggero. Mi identifico con le nuvole che transitano nel cielo, con le stagioni che vanno ma non vengono, con gli uccelli che volano nell’aria senza lasciare traccia, con i fiori selvaggi che si schiudono nei campi e, come loro, temo la mano fatale di un passante o la bocca affamata di un animale; mi identifico con colui che vede con lo stesso occhio la bellezza infinita della Vita e il suo inarrestabile sfacelo; con colui che, nonostante tutto il chiasso che c’è intorno, sa di essere solo; con colui che sa di vivere in un mondo senza senso e che, malgrado ciò, cerca di dare un senso ad ogni cosa che pensa, dice e fa.

Io mi identifico, se proprio devo identificarmi con qualcuno, con tutti quelli che soffrono le ingiustizie e le bestialità di questo mondo; con tutti quelli che si battono all’ultimo sangue per estirparle; con tutti quelli che cercano di fare di ogni istante un’eternità; con tutti quelli che non ambiscono alla pelle dei loro simili, ma che, insieme a loro, vivono in pace e fratellanza.

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Voltaire diceva che “l’uomo di lettere non trova aiuti: assomiglia ai pesci volanti. Se si innalza un poco, gli uccelli lo divorano; se si immerge, lo divorano i pesci.” In altre parole, per lui non c’è via di scampo. Così oggi lo scrittore di facebook, se vola troppo in alto con quello che scrive, i rapaci lo aggrediscono, se si tuffa gli squali banchettano, deve per forza sguazzare alla superficie, nella piattezza.

Il classico esempio di lui/lei qui, come analogia, ci può stare. Lei sensibile, educata, intelligente; lui rozzo, maleducato, ignorante, ma furbo. A questo punto, qual è il piano del furbo di fronte alla compagna intelligente? Semplice: trasformarla in una imbecille come lui. Ma perché, ad uno viene da chiedersi, perché non si migliora invece lui? Perché non cerca di educarsi? La risposta è: perché lui sa di non avere abbastanza cervello per farlo. Ha solo quella furbizia sufficiente per permettergli di trasformare tutto ciò che incontra sulla sua strada in un oggetto di sua proprietà. Questo esempio non si addice solo agli uomini, vale anche per le donne. Infatti, a volte è lei che cerca di trasformare lui.

Lo stesso fenomeno ora lo si trova sul Web e particolarmente su facebook. Gli idioti arroganti, quelli che non riescono a mettere insieme coerentemente 4 parole, vogliono insegnare a quelli che 4 parole le sanno mettere insieme e anche coerentemente, vogliono insegnare loro ciò che devono pensare, fare, scrivere. Niente di nuovo, abyssus abyssum invocat; l’abisso vuole l’abisso. E questa è una vera e propria sfida tra la prevalenza dei cretini e una minoranza illuminata in un mondo sempre più alla deriva, sempre più alla mercè degli squali, sempre più intrappolato nella sua stessa cacca.

 

 

Fin da ragazzo, e non chiedermi come mai, io non ho mai avuto bisogno del soprannaturale, né di qualsiasi altra cosa associata al trascendente. Oggi, come allora, in ogni istante della mia esistenza io m’immergo nell’infinita ricchezza del mondo naturale che mi abbraccia e abbraccio e di cui mi sento figlio legittimo. La mia fantasia, in questo fantastico universo, spazia dai quark ballerini agli ammassi stellari; mi sento a mio agio nel micro e nel macro; il mio “io”, come una fisarmonica, si dilata e si contrae nell’immensità del reale e si sente deliziosamente bene in questo immenso spazio composto di cerchi e di campi gravitazionali.

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Non i miei dogmi, Rossi, che li ritengo tutt’altra cosa, ma la mia credenza. Questa è semplice. L’ho sempre nutrita di cose concrete. L’abbraccio totale e sentito con l’universo dei fenomeni ha formato la mia credenza, la mia fede, la mia visione delle cose e del mondo e, in ultimo, i miei imperativi e la mia filosofia.

Per me, una filosofia che non parte dalle particelle ultime della materia che ci compone, non è filosofia ma volgarità filosofica. Prima le particelle, poi la filosofia. In altre parole, bisogna partire dai fatti, conoscere i fatti, vivere i fatti, i fatti che ci hanno reso ciò che siamo. Solo una volta che conosci i fatti, Rossi, solo allora puoi pensare quel che vuoi, immaginarti, se così desideri, altri mondi, se il nostro ti sta stretto. Quello che importa, però, è che sono le tue idee e non quelle degli altri. Queste, per quanto formulate a fin di bene, non sono le tue. Le si rispetta, se sono degne di rispetto, questo sì. Solo, però, creandosi la propria filosofia l’uomo diventa veramente filosofo. Non c’è altro modo, altra via. Unicamente col sudore della tua fronte puoi guadagnarti questa eccelsa libertà di pensiero.

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Quando andiamo al nocciolo delle cose, Rossi, ci accorgiamo che brancoliamo tutti, chi più chi meno, nel buio più profondo. Quando pensiamo e parliamo di cose metafisiche, di cose che vanno oltre la fisica, oltre il mondo fenomenico, quando superiamo un certo limite del nostro orizzonte conoscitivo, quando andiamo oltre il nostro sistema solare, oltre la nostra galassia, quando ci avventuriamo nell’universo aperto, addirittura oltre il big bang; quando poi ci mettiamo anche a parlare di quark, di stringhe, di materia oscura, di materia chiara, di particelle wimp e ci mettiamo a pensare a cosa c’è dopo la morte superando così tutti i nostri orizzonti conoscitivi, allora, my dear friend, tutto il parlare diventa personale, personale e basta. Nessuno – preti sciamani gurù dèi scienziati santi filosofi stregoni papi profeti poeti -, nessuno, neppure il re dell’immenso, Einstein, né il re del microscopico, Bohr; insomma, proprio nessuno sa veramente di cosa stia parlando. Ognuno, a questo livello di pensiero, è lasciato solo, lasciato a credere quel che vuole, perché, in questi luoghi così remoti impervi e oscuri, il pensiero non può essere che personale. L’intersoggettività, in questi campi della mente, non esiste. Se qualcuno volesse formulare un “credo” su questo mondo immerso nelle tenebre e nell’immenso, dovrebbe avere l’umiltà di farlo per se stesso, perché il suo “credo”, visto in questi termini, non è più merce di scambio.

Vedere  Ha un senso la vita?

 

In una filosofia perenne, forse non ci dovrebbe essere posto per un sentimento così fragile, forte e instabile com’è l’amore, ma, in realtà, il posto c’è. Senza l’amore chi avrebbe mai scritto, lettore, ciò che stai leggendo? L’amore lo si deduce da ogni respiro, da ogni fiore, da ogni vita. È nell’aria che si respira, è in ogni particella dell’universo, ovunque ci siano esseri senzienti, lì c’è amore. La fame, il desiderio, la voglia, il gusto, il piacere, la soddisfazione, la gioia di vivere, tutti, inevitabilmente, portano all’amore. I cinque sensi sono lì per onorare e celebrare l’amore che è il sesto senso, il senso dei sensi. Anche i nostri fratelli animali sperimentano, vivono e provano l’amore, ma il loro è un amore istintivo e non riflessivo e passionale come il nostro. Come gli atomi cementano la materia, così l’amore cementa la vita; come il tempo è, lo spazio è, l’esistenza è, così l’amore è ed è eterno, perché questa è l’essenza di ogni cosa che si accende e si spegne nell’universo. Beate le specie che si sono evolute fino a raggiungere questo grandioso traguardo, beati coloro che hanno avuto questa fortuna, che hanno fatto questa sublime esperienza.

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Ormai anche i decrepiti non intendono più mollarlo. Quando sono lassù, sul palcoscenico, respirano aria di bordello istituzionalizzato, aria che li attira come la merda attira le mosche. È proprio quell’aria che cercano vogliono ambiscono, quella a cui si sono sempre ispirati: la loro unica ambizione. Perché? Perché lì è facile far carriera, facile riempirsi le tasche, facile diventar famosi e anche perché fuori dal palcoscenico c’è solo il vuoto e la noia, lo schifo e la nausea, la nullità e l’anonimato.

“No!, urla il buffone-attore, non voglio abbandonare il palcoscenico, il ruolo della primadonna mi piace! Lo voglio! Mi sento tagliato!”

“Ci credo,” disse una voce fantasma fra i cloni, “ci credo che ti senti tagliato per questo mestiere, consideriamo tutto quello ti prendi e in cambio dai!”

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Dio non è salvezza

La religione non è salvezza

Dio e la religione non sono salvezza

Dio e la religione sono schiavitù

Schiavitù della mente e schiavitù del corpo

 

Dio non è amore

Dio non è comprensione

Dio è miseria

Dio è spargimento di sangue

Dio è miseria e spargimento di sangue

 

Dio non è un sogno

Dio non è una gioia

Dio è un incubo e tanta tristezza

Dio è una bestialità infinita

Un’invenzione mortale contro la vita e gli umani

 

A tutti voi

Sciocchi della terra

Se non avete un’idea migliore

Per vivere la vostra vita

Allora buon divertimento!

 

 

God: a deadly invention

 

God is not salvation

Religion is not salvation

God and religion are not salvation

God and religion are slavery

Slavery of the mind and slavery of the body

 

God is not love

God is not understanding

God is misery

God is bloodshed

God is misery and bloodshed

 

God is not a dream

God is not a joy

God is a nightmare and much sadness

God is an endless mockery

A deadly invention against life and humanity

 

To all of you

Fools of the earth

If you don’t have any better idea

To live your lives

Then have fun!

 

 

 

 

In altre parole, come si presenterebbe l’universo se non ci fossero esseri umani? Si presenterebbe senza nome, senza qualità, senza senso. Si presenterebbe così com’è. Cosa vuol dire questo? Vuol dire, appunto, senza nome. Le sue montagne, pianure, bestie, piante, mari, pianeti, stelle, galassie, spazi vuoti, quasar, buchi neri, ecc, tutti questi nomi e mille altri ancora glieli abbiamo date noi, sono un prodotto dell’immaginazione, delle nostre invenzioni, appellativi e nulla più.

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che tutte le descrizioni, le definizioni, le idee e le rappresentazioni che ci siamo fatti del mondo, sono solo “nostre”, inclusa quella che sostiene che il mondo è “così com’è”. Siamo noi a descrivere il mondo e non il mondo a descrivere noi, noi che ci siamo fatti un’idea del mondo e non il mondo di noi; noi che siamo prigionieri nella sua pancia! La nostra visione è una visione soggettiva e questo non ha nulla a che fare se corrisponde o non corrisponde a realtà. È soggettiva e basta. Il realismo, qualsiasi tipo di realismo, in questo caso, è sempre e comunque un realismo soggettivo, umano, da “osservatori”.

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